Culturamente

Vita, Morte e Miracoli al Teatro della Cometa è la semplicità delle cose fatte bene.

A cura di: Gabriele Di Donfrancesco
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Il titolo è senza pretese e la trama chiara. Questa apparente semplicità nasconde però un prodotto di grande dignità intellettuale. Parliamo di Vita, Morte e Miracoli, uno spettacolo costruito sul testo di Lorenzo Gioielli, con la regia di Riccardo Scarafoni. Dopo una prima stagione al Cometa Off, la buona accoglienza dello spettacolo ha portato ad un secondo allestimento sul palco madre del Teatro della Cometa a partire dal 14 gennaio scorso, dove resterà fino al 31.
Vita_Morte_e_Miracoli
Ci troviamo in una stanza d’ospedale ben illuminata, per niente opprimente. Se non fosse per il ragazzo in coma sul letto, l’atmosfera familiare avrebbe un che di rincuorante. I dialoghi vibrano di questo calore umano che crea connessioni nella semantica dei silenzi. Troviamo Ilaria, moglie e sorella; materna e pacata. È una donna sicura nella comprensione delle emozioni degli altri, ma debole quando la sua empatia si rivolge a se stessa. Suo marito, Dario, è un uomo buono dai pensieri ortodossi e dalla logica diretta: è o non è. L’unico grigio della sua vita è Ilaria, ma serba questa conoscenza come un segreto. Poi c’è Marco, il fratello di Ilaria; costantemente immerso nel suo sarcasmo, è lì che veglia sul giovane compagno. Attende qualcosa che sa che non potrà mai avere: un risveglio che andrebbe contro ogni sua fede nei fatti del mondo. Il ragazzo si chiama Emanuele: quella persona fuori dagli schemi che non risponde allo stereotipo, che non chiede giustificazioni e spezza la comprensione della vita di chi gli sta intorno. È un simbolo fatto personaggio. La sua anima incarna una libera forma di rapporti interpersonali, giustamente riassunta come Amore al suo massimo livello di empatia. È quel lui-lei, lei-lei, lui-lui che demolisce il limite tradizionale e porta la complessità delle relazioni umane ad un nuovo livello. È imprevedibile come il tempo presente, slegato da ogni logica; spaventoso per chi vede in lui la fine della grazia degli antichi valori, ma sconvolgente per chi ne capisce il suo ruolo di estensione degli stessi. È quell’Amore, insomma, che rifiuta di farsi demonizzare e non si lascia abbruttire dall’esasperata pubblicizzazione della sua appartenenza settoriale ad un lato o ad un altro, ma getta la maschera e diventa per tutti una scelta umana. Emanuele non potrebbe parlare, ma ciascuno avrà modo di stare con lui un’ultima volta.

Lo spazio è fisso: non lasciamo mai la stanza e la semplicità dell’apparato concentra ogni attenzione sul potere del dialogo e sulla gestione delle pause. Ne guadagnano gli attori, che possono dedicarsi, con i propri tempi, alla generazione di personaggi profondamente credibili, espressi nella loro complessità come figure complete e coerenti a se stesse. Si ha l’impressione di conoscerli fin dal primo istante. Non si verificano alti e bassi e la finzione gode di una spontaneità che non spezza mai la fluidità naturale della scena. Veruska Rossi, la splendida Ilaria; Fabrizio Sabatucci, il buon Dario; Riccardo Scarafoni, un Marco spezzato, e Francesco Venditti, l’enigmatico Emanuele: la loro voce si fonde con le parole e il significato penetra nei corpi. Come pellegrini nel cammino della vita, gli attori e le loro creature partecipano ad un viaggio che cambia la personalità e cementa l’intero spettacolo nello spirito del singolo. Non si cerca la risata facile e non si vuole giocare alla tragedia, tanto quanto non si fa la commedia. Vita, Morte e Miracoli è un momento di dolore che nella prospettiva della vita si allevia per umana natura. Così non si scade nel pianto e il sollievo comico non abbandona mai la realtà della stanza d’ospedale. Risalta il gusto delle cose fatte bene.